ELEMENTI DI PROSOPATIA






MANIFESTO DELL’ANTIPENSIERO

“Per me scrivere è una sorta di guarigione. Come ho scritto una volta a Octavio Paz, ciò che è veramente straordinario è che ogni volta che ho finito di scrivere ho voglia di fischiettare. Non credo alla letteratura, credo soltanto ai libri che traducono lo stato d’animo di chi scrive, il bisogno profondo di sbarazzarsi di qualche cosa. Ogni mio scritto è una vittoria sullo sconforto. I miei libri hanno molti difetti, ma non sono fabbricati, sono veramente scritti a caldo: invece che schiaffeggiare qualcuno scrivo qualcosa di violento. Dunque non si tratta di letteratura, ma di terapia frammentaria: sono delle vendette. I miei libri sono frasi scritte per me o contro qualcuno, non per agire. Atti mancati. Un fenomeno noto, ma nel mio caso sistematico.”


Questo estratto da un’intervista ad E.M. Cioran esprime lo spirito dell’Antipensiero.
Scrivere per me è una gioia. Anche adesso, mentre compongo queste frasi, provo una sorta di sottile euforia. Il fatto è che il momento in cui scrivo è forse l’unico in cui riesco veramente a non pensare.
Capisco che questo possa sembrare paradossale, essendo la scrittura considerata da molti l’espressione più plateale del pensiero. Eppure la mia esperienza personale mi suggerisce tutt’altro, e non sono il solo. “Non so cosa penso finché non leggo quel che scrivo”, dichiarava Flannery O’Connor.
Qualunque cosa mi metta a scrivere, raramente premedito quello che vado a comunicare. Ovviamente mi capita di avere delle idee, ne prendo nota o cerco di fissarmi nella testa  lo spunto drammatico.
Tuttavia, nel momento in cui mi metto alla tastiera, osservo il mio stato mentale cambiare drasticamente. Mettere le parole in sequenza una dietro l’altra diventa un processo automatico: sono entrato nel tunnel.

Il tunnel è la dimensione che guida la mia scrittura. Un flusso simbolico-percettivo trascinante, che rivela tutto ciò che affolla il mio subconscio e rimarrebbe altrimenti in uno stato di perenne latenza, ristagnando.

Antipensiero persegue una scrittura esuberante e sporca, intima e inquieta, imbarazzante e salvifica.
Nulla è oggettivo, se non l’ossessione per il controllo.
La poesia è ciò che si perde nella perfezione.